Cosa vuol dire in Italia chiedere la paternita’

Papà è a casa (di Federico Cella dal Corriere della Sera del 7 aprile 2012)

«Quand’è che inizi ad allattare?». La domanda che mi ha fatto un collega qualche giorno fa riassume in modo più colorito il dato che mi relega a una minoranza tanto piccola da farmi credere di non aver mai fatto parte di un gruppo così ristretto. Sarà che sono sempre stato poco originale. Ora non più: tra pochi giorni sarò tra il 6,9% dei padri che in Italia, secondo l’Istat, si prendono un congedo parentale di almeno un mese per stare a casa con i propri figli. Insomma, vado in paternità (guarda sulla 27esima Ora tutti i post di approfondimento). E ci starò per poco meno di cinque mesi. Le reazioni alla «notizia» si dividono usualmente in due, a seconda del genere dell’interlocutore: «Bravo!», dicono le donne; «E perché?!», mi chiedono gli uomini.
Perché la mia scelta, ragionata e condivisa in famiglia, è così originale pur non essendo per nulla eccezionale? Perché in Italia, per i padri, pensare di stare a casa con i figli è così difficile? Scoperta la percentuale, ne ho parlato con Marina Piazza, sociologa esperta di politiche di genere che ha fatto parte per l’Italia del network comunitario «Family&work». Le ragioni sarebbero sostanzialmente tre. Quella economica, legata al fatto che durante il congedo parentale lo stipendio scende al 30% (per i dipendenti pubblici il primo mese rimane al 100%), dato che ci pone all’ultimo posto in Europa: in Francia si è al 45%, nel Nord Europa all’80. C’è quindi un timore legato a una diffusa ostilità nelle aziende, che specialmente in tempo di crisi suggerisce di essere cauti con un certo tipo di scelte di vita. Spiega Piazza: «Si viene visti come dei «traditori» del proprio genere: i maschi, a differenza delle femmine, dovrebbero dare tutto per il lavoro». Infine, una motivazione più puramente culturale che vede in Italia ancora una rigida divisione dei ruoli che sarebbero propri dell’uomo e della donna: «Ma i giovani sono sempre meno legati a queste problematiche».

Una mentalità comunque dura a morire, ma che potrebbe essere incrinata dal recente Ddl sulla riforma del lavoro: «L’obbligo per il padre di astenersi dal lavoro, pur per soli tre giorni contro, per esempio, i quindici in Francia», conclude Piazza, «aiuterebbe a sostenere il concetto di genitorialità condivisa».
A questi motivi ne aggiungerei poi un quarto, quello che più ho faticato a superare: la paura di non essere all’altezza. Paura che può poi tradursi anche in non voglia. Perché fare il papà attivo (non chiamatelo «mammo»: esiste già «papà» ed è una parola così bella), al pari della mamma attiva, è una gran fatica. Un compito che non concede pause (vedi la tabella) e che richiede un’alta professionalità. L’igiene personale del piccolo, i cambi di pannolini e vestitini (con l’attenta valutazione delle condizioni atmosferiche) non si possono improvvisare. Né tantomeno il cucinare e gestire la nutrizione di un bambino di un anno e tenere adeguatamente pulito e a sua misura — tra spigoli-killer e prese di corrente a portata di ditino — l’ambiente dove vive.
Una volta presa la decisione con Laura, mia moglie, era sorta un’altra preoccupazione: l’iter burocratico da percorrere per arrivare al congedo. Temevo compilazioni e code infinite, e reiterate, agli uffici Inps e una montagna di documenti da portare in azienda. Niente di più sbagliato: tutto si fa online sul sito Inps.it. Bisogna però prima capire cosa prevede la legge per il congedo parentale. Ecco: entro gli otto anni del figlio i genitori possono prendere, a turno, fino a dieci mesi di astensione facoltativa dal lavoro — che diventano undici se il padre ne fa almeno tre —, con un massimo di sei mesi per genitore (sul sito Cisl.it si trova un documento in «pdf» molto chiaro). A questo punto, dopo aver ottenuto il Pin d’accesso alla sezione «Servizi online» del sito Inps, basta compilare la domanda di richiesta. Inviata, si ottiene un numero di protocollo: basta comunicarlo all’azienda e la burocrazia è finita (e, papà, non dimenticate la possibilità di chiedere di integrare lo stipendio con il Tfr fino a tornare al 100% della spettanza mensile).
Per concludere voglio che siano chiare le mie motivazioni. Malgrado questo articolo, non vado in paternità per dare il buon esempio (e così incentivare i maschi italiani a condividere piaceri e doveri della genitorialità) o creare un caso. Non lo faccio per raccogliere materiale per un reportage sul maschio casalingo, né perché ho un libro da scrivere. La ragione è molto più alta e si chiama Martina, un amore che solo chi è genitore può capire. È una persona speciale con cui ho un rapporto speciale che la legge italiana mi permette di coltivare in esclusiva e senza distrazioni per un certo periodo di tempo. Per aiutarla a crescere, perché lei mi aiuti a crescere. Più prosaicamente, poi, l’uso del congedo parentale permette a Laura e me di stare a casa con nostra figlia fino a settembre. Sperando poi di essere fortunati nella lotteria dei nidi comunali. Ma questa è già un’altra storia.

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