Da padre a figlio e da figlio a padre

bianco e nero 2

Scrive Stefano….

Treno Bologna-Milano 10 aprile 2014

Negli ultimi mesi la vita mi sta ponendo davanti al processo di invecchiamento di mio papà che, purtroppo per lui e di conseguenza anche per noi, sta avvenendo in modo molto rapido e un po’ problematico per ragioni di salute. Lo stimolo a rifletterci su mi è nato non appena salito su un treno che da Bologna mi ha riportato a Milano e da un signore anziano seduto accanto a me che, fisicamente molto diverso da mio papà, esattamente come lui però è stato attaccato al telefono cellulare durante quasi tutto il breve tragitto.

Vedere invecchiare – e magari non bene – il proprio padre è una fase della vita che capita a tutti i figli di vivere (o meglio a coloro che hanno la fortuna comunque di viverla) e che si affronta senza poter avere a disposizione né un manuale di istruzioni né corsi di formazione ad hoc…un po’ in fondo come quando si diventa padri. E infatti ansie, preoccupazioni, inquietudini, fatiche che da figli si vivono spesso relazionandosi ai propri genitori che invecchiano sono in fondo simili nella forma (anche se forse diverse nei contenuti) a quelle provate quando si diventa padri e quando ci si approccia ai propri figli che crescono. Come con i genitori anziani infatti, anche con i propri figli ci si pongono domande quali: “Perché non mi danno retta?”, “In cosa sbaglio con loro?”, “Cosa potrei fare di più e meglio per loro?” ecc. Questo in fondo anche perché si dice spesso che le persone, quando diventano anziane, per atteggiamenti e comportamenti assomiglino molto a dei bambini piccoli.

Questa fase della mia vita sta capitando nel mentre come socio di PeACe ma soprattutto come padre sto ragionando, riflettendo e dibattendo in modo attivo dal 2010 sul tema della paternità responsabile e consapevole oltre che attiva (www.papalcentro.it). E dunque in questa “cornice di senso” mi sto interrogando da qualche mese intorno a quesiti quali “come figlio che responsabilità ho verso un padre che sta invecchiando?”, “cosa si aspetta lui padre che io come figlio faccia o non faccia per lui?”, “come padre il suo invecchiamento che impatto è giusto abbia su mio figlio?”, “e mio figlio come si comporterà quando sarà il mio di turno?“.

Il rapporto padre e figlio è talmente ricco di elementi unici e irripetibili che qui è impossibile affrontarli tutti; ci sono però molte analogie che accomunano le due situazioni, cioè quando ci si approccia da padri verso i propri figli e quella in cui da figli ci si relaziona verso il proprio padre che sta invecchiando. C’è sicuramente una dimensione ciclica che accomuna le due condizioni. A questo proposito mi viene in mente la fortunata fiction Rai “Un medico in famiglia“ nella quale Lino Banfi – alias Nonno Libero – fra le massime che dispensa ne dice spesso una rivolgendosi al figlio Lele (Giulio Scarpati): “Ricordati sempre che quello che tu sei io ero e quello che io sono tu sarai” e questa frase credo fotografi bene questa cosa.

Quali dunque le analogie fra le due fasi della vita? Cioè fra l’arrivo per un uomo di un figlio e la costruzione del rapporto con lui e il momento a partire dal quale un figlio, diventato padre, ad un certo punto si trova – a volte costretto – ad occuparsi (o talvolta pre-occuparsi) dei propri genitori che invecchiano? Alcune, vediamole.

Innanzitutto in entrambi i frangenti ci si domanda se si è capaci davvero di parlare con loro, di capirli e di farsi capire da loro; quante volte capita che, presi dalla fretta e dalle tensioni quotidiane, si ha l’impressione che l’interlocutore (il proprio padre o il proprio figlio) abbia dei codici comunicativi diversi dai propri che derivano forse da una condizione di vita diversa perché scandita da ritmi più rilassanti e meno compressi e da qui la sensazione appunto “di parlare lingue diverse”. Apro qui un breve inciso un po’ fuori tema: perché i nostri genitori fanno così fatica a capire che, anche grazie all’educazione da loro ricevuta, siamo noi figli, divenuti genitori, ad avere e sentire ora, a nostra volta, delle responsabilità educative? Perché è così difficile concederci di poter anche sbagliare nell’educazione dei nostri figli come, in fondo, avranno fatto anche loro con noi?

In secondo luogo, in entrambe le situazioni, ad essere messo in tensione – e non sempre per carità negativamente – è l’equilibrio con la propria “compagna di vita”; ci si domanda spesso infatti se si è capaci di confrontarsi davvero e sempre nel merito dei problemi quotidiani che ci si trova ad affrontare o ancora se si è capaci di avere una linea comune di azione verso i propri figli e verso i propri genitori. Oppure ancora ci si domanda (e ci si confronta/scontra su) quale sia – ammesso che esista – il confine che è “giusto” tracciare fra le istanze e le richieste dei propri genitori (cioè di coloro che ti hanno generato e cresciuto) e quelle della propria compagna e dei propri figli con cui hai costruito la tua famiglia…soprattutto se le istanze e le richieste sono confliggenti. Il classico esempio è l’immancabile invito al pranzo domenicale a casa dei propri suoceri (o genitori). Che fare rispetto ai propri (per carità) legittimi desideri di fare qualcos’altro? A prevalere cosa è giusto sia: l’affetto per i propri genitori o la voglia di dedicarsi alla propria famiglia non di origine?

Ed infine quante volte rispetto al proprio padre che sta invecchiando, ci si relaziona a lui spesso allo stesso modo di quando e come ci si relaziona al proprio figlio che sta crescendo. In entrambi i frangenti si vorrebbe vederli diversi da come sono, più sereni e/o felici di quanto ci appaiano proiettando così su di loro non solo i nostri stati d’animo ma anche il patrimonio di ricordi, insegnamenti e vissuti che ciascuno si porta dentro. Su questo (come sui precedenti aspetti) vengono incontro gli strumenti e le modalità con cui come Associazione PeACe stiamo dal 2010 ragionando, giocando e riflettendo e che traggono linfa dalla pratica della cosiddetta “metodologia autobiografica” che, attraverso soprattutto la scrittura e le immagini, aiuta a vedere sotto una nuova luce la propria storia di figli e a riflettere sul modo con cui questa abbia influenzato e stia influenzando la propria avventura genitoriale.

In cuor mio penso e credo anche che ciò che mi sta regalando “mio padre da anziano” ora “serva/valga” come, e forse anche di più, di quanto mi abbia trasferito da “padre prima giovane e poi adulto” e che soprattutto questo patrimonio valoriale ed affettivo stia influenzando, in una chiave positiva perché comunque arricchente, il mio processo genitoriale verso mio figlio. Inutile dire però che questa riflessione da un lato sia più semplice pensarla o scriverla piuttosto che esternarla o condividerla con lui (cioè mio padre) e che, dall’altra, non sia la predominante fra quelle che animano da qualche tempo le mie giornate e le mie nottate…

Mi è anche di poco conforto pensare che queste mie riflessioni siano forse le medesime di quelle che animano i pensieri di figli divenuti genitori miei coetanei. Mi piace però pensare che il solo fatto di “rifletterci ad alta voce” e condividerlo con altri – come nello stile delle attività sui padri e per i padri che stiamo realizzando – sia un modo efficace per poter lavorare su sé stessi e sul proprio “sentirsi padri attivi e responsabili oggi” sapendo che le risposte alle molte domande che ci si pone non le si posseggono e che quelle giuste forse nemmeno ci siano, ma che esistano solo buone pratiche che si sperimentano, pian piano, cammin facendo, passando anche attraverso errori, delusioni e amarezze.

Stefano

Ps. Nel frattempo una volta arrivato a Milano Rogoredo, dopo aver salutato il mio vicino di posto, sono sceso dal treno avviandomi ad incontrare l’amico nonché socio di PeACe Massimo; prima però mi sono voltato un attimo: ho visto il mio vicino di posto abbracciare calorosamente un giovane…sarà stato suo figlio? E sarà stato con lui che avrà parlato al cellulare mentre era in treno?

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