Quando la paternità è in vacanza…riflessioni semi serie

padre-e-figlio2Olbia-Livorno, 25-26 Agosto 2014

Mentre mi trovo in attesa di un traghetto che mi riporterà “in continente” – come amano dire i Sardi – dopo 2 settimane di vacanze appunto in terra sarda, ripenso ai giorni trascorsi e rifletto – come sempre mi capita in queste circostanze – sulle vacanze di fatto ormai concluse.

Se mi focalizzo su quanto sento come padre – per ciò che qui più conta – mi rendo conto che da quando è arrivato Edoardo ormai quasi 7 anni fa, anche la modalità con cui mi approccio e poi vivo il periodo delle vacanze estive è cambiata sotto molti aspetti. E molte sono anche le differenze rispetto ai modelli educativi applicati dai nostri genitori quando eravamo piccoli allorquando occorreva progettare e poi vivere le vacanze. Provo a rifletterci a voce alta partendo da personali esempi e da ciò che ho osservato ed osservo tra altre coppie di bimbi e papà.

Innanzitutto una prima differenza è nella fase, diciamo, della “progettazione della vacanza”: a me pare che l’enfasi sia naturalmente, ma forse anche eccessivamente, tutta e sempre più indirizzata su Edoardo. Credo accada per quella strana sindrome per cui ci si sente quasi in dovere di dedicare ai propri figli in vacanza quel tempo tante volte sottratto durante i mesi lavorativi; percezione questa che non solo spesso non corrisponde al vero ma che rappresenta una delle – tante – differenze rispetto ai modelli educativo-relazionali di un tempo. Non credo infatti che mio padre e mia madre si facessero quelle domande che invece noi “genitori moderni” spesso – anche se non sempre e non tutti ovviamente – ci poniamo: “nostro figlio si divertirà anche se andiamo in vacanza senza amichetti e/o in un luogo dove non c’è nulla per loro (es. un servizio di animazione)?”, “Non si stancherà troppo a seguirci nei nostri itinerari di viaggio?” ecc. Non finiamo per eccedere nel coinvolgimento dei bambini? Un tempo forse decidevano i genitori e stop, oggi si tende ad una forma di “co-progettazione” non so fino a che punto sensata e funzionale ad una loro crescita equilibrata. Chiedere loro una preferenza fra due attività da fare o luoghi da visitare può essere un quesito al quale non possono rispondere e per il quale ogni eventuale risposta è di per sé viziata dalla loro età che non consente di avere elementi informativi e maturità per decidere.

Insomma la sensazione che provo è che quasi tutto ruoti o debba ruotare sempre intorno alle esigenze dei figli e non di quelle di noi genitori e che le nostre di esigenze per forza siano spesso un’alternativa alle loro…ma perché mai?

E’ anche vero che queste dinamiche sono frutto del cambiamento sociale e culturale in corso e che ha comportato grandi differenze rispetto agli anni del boom economico, quelli che vedevano le vacanze dei nostri giovani genitori. Basti pensare che negli anni ’50 del secolo scorso le famiglie erano mediamente più numerose -  tre figli contro l’uno a testa di adesso – e i bambini non avevano problemi a trovare compagni di gioco perché appunto inseriti in contesti familiari più ampi. Oggi – anche per via di un aumentato benessere rispetto alle generazioni precedenti –  le vacanze dei bambini sono, rispetto a quelle di un tempo, super-impegnate, molto più frammentate e frenetiche, ricche ed articolate tra scuole estive, viaggi studio, corsi, programmi educativi ecc. quasi come se noi genitori volessimo evitare di dare loro tempi morti…ma perché? Da dove nasce questa paura che s’annoino? Perché non succeda se non sono impegnati gli lasciamo passare ore davanti ad un telefono cellulare o un tablet (sia in vacanza che durante l’anno) Non vorrei essere frainteso: nulla di male che i bambini familiarizzino presto con strumenti tecnologici, ma se possibile seguendo come famiglia una qualche forma di progettualità, perché sia valore aggiunto…quante volte ciò accada però realmente? Quanto invece a noi stessi fa comodo parcheggiarli davanti ad un monitor?

Insomma, banalmente in vacanza abbiamo più tempo per stare coi bimbi, meno scuse per non metterci in gioco rispetto al nostro essere padri e tante sollecitazioni, spesso suggerite dal ritrovarsi nei luoghi in cui s’andava in vacanza da bambini, a ragionare sui propri percorsi di vita come figli, rispetto al proprio modo di essere oggi genitori. E storia privata e cambiamenti sociali s’intrecciano: un tempo mediamente le vacanze duravano di più, meno donne lavoravano. Oggi quasi sempre a lavorare sono sia il papà che la mamma e le vacanze per entrambi più brevi.

Il piccolo Edoardo così trascorre con i nonni molto tempo anche durante le vacanze estive e come lui credo che molti altri bambini lontani dai genitori che rimangono nelle città a lavorare…Situazione questa che ha ovviamente i suoi aspetti sia positivi che negativi nelle dinamiche educative e relazionali. Per chi ha la fortuna di avere ancora i propri genitori/nonni si pone ad esempio il problema della gestione oculata ed equilibrata del coinvolgimento di tutti rispetto a compiti di cura estiva dei bambini, con nonni che desiderano spendersi di più ed altri di meno, fino a trovarsi in situazioni di conflitto con la propria moglie/compagna, i propri genitori e/o suoceri.

Sempre durante la vacanza poi mi capita di vivere episodi e momenti che confermano un pensiero che ho maturato da qualche tempo: cioè che, come amo dire spesso, i figli sono i migliori “datori di lavoro” del mondo; sono capaci infatti di valorizzare e premiare in maniera incredibilmente elevata quando ci si approccia con loro in termini positivi e ricchi di contenuto (cioè quando si fa bene il proprio lavoro per riprendere la metafora) così come altrettanto capaci di sanzionare chi con loro non si spende fino in fondo. Ma lo fanno in maniera molto più trasparente, quasi più oggettiva e sincera di qualsiasi datore di lavoro adulto. E siccome in vacanza si ha finalmente l’occasione di stare di più e più intensamente con i propri figli, questi sono naturalmente portati a chiedere molto, a reclamare cioè attenzioni, risorse ed energie. Può accadere talvolta che queste richieste di attenzione, presenza, “messa in gioco” rimangano insoddisfatte o semplicemente ingenerino nei genitori – in particolare nei papà – situazioni di ansia e/o tensioni. Chiarisco con un esempio personale: con Edoardo mi rendo conto di replicare alcuni “percorsi” che mio papà ha fatto con me e, siccome il “nonno Pippo” (cioè mio padre) non aveva, ad esempio, una spiccata inclinazione all’attività ludico-sportiva – comunque compensate da altre sue inclinazioni e passioni trasferitemi – io non ho vissuto da ragazzetto alcune esperienze vacanziere “tipiche” come in estate pescare insieme, fare immersioni, andare in barca oppure in inverno andare a sciare. Ed ovviamente ora Edoardo, quasi fosse un cane da tartufi, fiuta le mie debolezze e mi sollecita proprio a fare proprio ciò che non è nelle mie corde. Ovviamente nulla e nessuno mi impedisce ora di imparare a farle magari con lui…ciò che noto è che non mi viene naturale e spontaneo proporre a o fare con Edoardo ciò che appunto non appartiene ai miei vissuti. Per carità faccio e gli propongo altre attività – alcune anche sportive – che sono più vicine a mie inclinazioni o interessi…talvolta con buoni risultati, talvolta di meno. Ma resta il fatto che pare proprio voglia “mettermi alla prova” su dimensioni a me ostiche e, talvolta, questa mia “inadeguatezza” mi fa non solo riflettere ma soprattutto soffrire. Tipico, per chiudere l’esempio personale, è il commento che Edoardo spesso fa – non ultimo questa estate mentre eravamo in un parco avventura – quando facciamo insieme qualcosa di, diciamo, “sportivo”: “Papà sei proprio un imbranato!”.

Infine nelle settimane estive anche il rapporto con la propria moglie e compagna di genitorialità non è detto che sia all’insegna del relax vacanziero proprio rispetto alla relazione con il proprio figlio. Non fosse altro e ancora perché si trascorre tutti insieme molte più ore di quanto accada durante l’anno e quindi per forza si modifica, per un breve lasso di tempo, l’assetto usuale nei rapporti interpersonali e nel carico/distribuzione dei compiti di cura dei figli. Sul modus con cui si modifica questo rapporto gioca molto, a parer mio, soprattutto una variabile e cioè se la mamma è a casa o lavora (e quanto) durante il resto dell’anno. Probabilmente la mamma super impegnata nel lavoro tenderà anche lei a “sfruttare” la vacanza per dedicare + tempo al proprio figlio, mentre la mamma “casalinga” aspetta le ferie familiari anche per prendersi un po’ di vacanza dal proprio figlio e recuperare del tempo per sé. Situazione che può talvolta stressare il rapporto con il proprio marito/compagno semplicemente perché esigenze ugualmente importanti (e che soggettivamente lo sono ancor di più) possono banalmente confliggere e spesso proprio in vacanza eventuali tensioni/incomprensioni, rimaste per mesi sotto traccia, tendono ad esplodere anziché stemperarsi. Classica, ad esempio la seguente frase rivolta da una mamma in vacanza al proprio marito/compagno: “Me ne sono occupata io tutto l’anno, ora tocca a te!”. A quanti è capitato di sentirsela rivolgere?

Mi fermo qui……considerazioni banali? Forse…però nello spirito di “Papà al Centro”, siamo convinti che riflettere (anche senza grandi risultati e…sul traghetto!) intorno alla paternità, raccontare (anche senza effetti speciali) la propria esperienza personale, confrontarsi (senza paura) con quella altrui siano presupposti per provare a essere e a comportarsi da “bravi” papà.

Stefano

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